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Perchè molti sono tristi nei giorni di festa?

Perchè molti sono tristi nei giorni di festa?

15/4/24, 10:00

Sempre più persone si lamentano delle festività natalizie, perché occasione di malessere e malinconia. È un problema di autostima. Alcuni suggerimenti per invertire la tendenza.

Nelle mie interazioni sociali e nella mia attività di psicoterapeuta, sempre più spesso, mi capita di ascoltare le persone che si lamentano dell’arrivo delle festività e di come, queste, siano più occasione di malessere, tristezza e malinconia piuttosto che un’occasione per stare bene, sereni, rilassarsi e divertirsi.

In particolare, infatti, sembra che questa spiacevole sensazione di malessere, disagio e di vera e propria malinconia si avverta maggiormente nelle festività natalizie e nella festività di fine anno, piuttosto che nelle vacanze estive, nei fine settimana o nei cosiddetti "ponti festivi".

Le feste rappresentano il tempo in cui si è improvvisamente liberi dall’attività lavorativa e si è, quindi, senza accorgersene, in un contatto più diretto con sè stessi, senza essere impegnati nel pensare, nel fare, nell’agire quotidiano e nelle solite preoccupazioni del vivere. Le feste, infatti, costituiscono da un lato l’unico, vero momento in cui si è liberi di riposare, divertirsi, pensare alla propria salute e al proprio benessere, fisico e psicologico, dall’altro, l’unico momento "istituzionalizzato" in cui si assapora, per maggiore libertà di tempo, un contatto diretto con i propri e irrinunciabili bisogni, con le vere e mai ascoltate esigenze personali, sociali, affettive, amorose ed esistenziali.

Ecco allora riemergere, spesso, prepotenti e dolorose, le più recondite frustrazioni, gli insostenibili disagi esistenziali, le paure dell’incerto, le aspettative legate al futuro e all’avvento del nuovo anno, o si sente, con maggior dolore del solito, la mancanza delle persone care, che non sono più con noi, o non più vicine a noi.

In altre parole, nelle feste, nei momenti di libertà e nelle occasioni in cui si può liberamente vivere il piacere, la gioia e il divertimento, fa capolino, distruggendo la ritrovata serenità, il "sabotaggio dell’autostima". Il sabotaggio, che siamo soliti attuare, ogni volta, che siamo sereni e felici; quante volte, infatti, ci è capitato di pensare: "chissà come dovrò pagare questo momento di serenità …chissà, se durerà questo momento di felicità…". Insomma, non ci sentiamo, né più capaci di stare bene, né più desiderosi di vivere bene.

A questo proposito, mi piace ricordare quali sono i fondamentali "tre pilastri" dell’autostima: riconoscersi il diritto di esistere; riconoscersi il diritto di vivere bene; riconoscersi il diritto di essere felici. Quanti possono affermare di avere una siffatta autostima?


Eppure l’autostima è all’origine del vivere bene, dello stare bene con sè stessi e sentirsi in diritto di divertirsi ed essere felici, invece il più delle volte, i soli diritti che riconosciamo a noi stessi sono: pensare, dovere e fare che, secondo il punto di vista della psicologia umanistico-esistenziale, vengono definiti i tre "contropilastri e i distruttori dell’autostima", i quali, proprio attraverso il nostro sabotaggio, mentre siamo felici, mentre siamo sereni e, mentre stiamo assaporando il piacere di vivere, il piacere di amare e il piacere di quello che siamo, ci richiamano immediatamente all’ordine, alla serietà, alle responsabilità, ai doveri e al "senso di colpa" per esserci permessi un momento di gioia, di riposo e spensieratezza.

Ci troviamo a combattere, lungo l’arco della nostra vita, sempre più spesso contro questi tre insopportabili imperativi e, sempre più spesso, ci neghiamo il diritto di essere felici, ma è soprattutto Natale, il momento in cui ci sentiamo più fragili e in preda alle nostre paure e alle nostre insoddisfazioni. È questo il periodo, infatti, in cui trascorriamo maggior tempo con i nostri familiari, di solito non vediamo così tanti parenti, come in questa occasione, e se si hanno conflitti familiari irrisolti, proprio in questi giorni, si sentono in maniera insostenibile. Spesso non ci rendiamo conto che tutti, intorno a noi, provano le stesse paure e gli stessi dolori, ma nessuno ha il coraggio di dirselo, perché è Natale e si sente fortemente l’obbligo morale ed emotivo di essere sereni e buoni e non rovinare la "santa festa" ai nostri cari, ai parenti e agli ospiti.

Anche la festa di fine anno, spesso ci pone in una silenziosa, seria e triste riflessione, facendoci trovare di fronte ad una sorta di resoconto, o bilancio della nostra vita e delle nostre realizzazioni.
Infatti, in occasione della fine dell’anno, più che in altre festività, ci impegniamo a porci domande che non ci capita di chiederci in altre occasioni di divertimento e piacere: "cosa ho fatto fino ad oggi, cosa ho saputo costruire e realizzare, cosa ho dato ai miei cari, quanto sono cambiato o cresciuto, quanti anni sono già passati e chissà quanti ne potrò ancora vivere?" Pertanto, è quasi impossibile non essere attraversati, in questa festività, da un senso di profonda malinconia, tristezza e, a volte, anche una inspiegabile solitudine.

Come evitare queste spiacevoli sensazioni e gli insostenibili stati d’animo che proviamo nei giorni di festa? Il mio vuole essere solamente un semplice e puro suggerimento e non certamente la soluzione delle problematiche che ci limitano e addolorano, nel corso della nostra esistenza.

Anzitutto, bisogna assolutamente evitare di farsi aspettative. L’aspettativa, qualunque essa sia, o qualunque dimensione della nostra vita riguardi non è altro che sinonimo di "delusione" e di "dispiacere", quindi, occorre imparare ad evitare le aspettative e anticipare il futuro, invece, si deve imparare a vivere la vita così com’è, imprevedibile e incalcolabile e coltivare e alimentare sogni e speranze e godere sempre di ogni attimo della nostra vita, nell’hic et nunc (nel qui ed ora!).

È necessario, inoltre, vivere le feste, soprattutto, come un meritato riposo e come una piacevole pausa, nel tran, tran della vita quotidiana, per potere, finalmente, pensare a sé stessi, prendersi cura di sé, facendo cose che, il tempo lavorativo, il tempo del solo dovere e il tempo delle tantissime e complesse responsabilità, ci impedisce di vivere e realizzare, come per esempio, fare un bagno caldo, leggere un buon libro, vedere quel film che non si è mai riuscito a vedere, cucinarsi qualcosa di buono e regalarsi qualcosa, che non avremmo mai osato comprare, visitare un museo, poltrire fino a mezzogiorno, scrivere delle lettere a chi non si sente o si vede da tanto tempo e dedicarsi a un salutare e rilassante e immotivato, o irrazionale riposo;

fare insieme alle persone amate e a noi care, qualcosa, che non sia specificatamente natalizio, festaiolo, convenzionale o "istituzionalizzato", solo perché così fanno tutti, ma fare solamente ciò che risponda ai tre pilastri del vivere consapevolmente felici: "mi piace; lo voglio; mi serve" ed è questo l’augurio che dedico, con affetto e stima, a tutti i nostri cari lettori.
dott. Silvano Forcillo

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